Dopo 4 anni di blog su Splinder Parole per dire Anima si sposta causa di forza maggiore. Ringrazio i 23.487 visitatori del vecchio sito dando a loro e ai nuovi il benvenuto nel nuovo blog.

Il cielo è ancora di nuovo azzurro dopo il temporale, di nuovo piccole nuvole bianche galleggiano nello smalto turchese che si intravede tra i rami degli ippocastani. Leggero un vento da Sud mi porta profumi lontani e un ricordo di tempi andati. Vengo da un remoto passato, da un continente scomparso, da memorie tramandate. Vengo da uno ieri lontano, da una distante memoria, da profondità assolute. Vengo da foreste carbonizzate, da oceani prosciugati, da atlantidi sommerse. Vengo da leggende antiche, da strade non tracciate, da un paese dimenticato. Vengo da notti di mille stelle cadenti, da grotte sottomarine, da minareti e ziggurat mesopotamiche. Vengo da fiumi e cascate fumanti, da incendi di praterie, dai giardini pensili di Babilonia. Vengo dagli accampamenti dei pellerossa, da canti intorno al fuoco, dal giro della pipa sacra. Io Vengo dalla pianura di Stonehenge, dai templi di Abu-Simbel, dalla valle di Goreme. Vengo da un sogno di delfino, dalla barriera corallina di Sharm-el-Sheik, e da quella di Marsa-Alam, da Elphinstone Reef e da Ras Samadhai. Vengo dall'isola di Rapa-Nui, dalle piramidi atzeche, e di quelle di Giza. Vengo dal ghiacciaio di Roseg, sulle Alpi dopo S. Moritz, dal castello Bunchrew ad Inverness, dalla caldera di Kallisté. Vengo dai mille monumenti e ruderi di Roma, dalle rovine di Pompei, dalle scogliere delle Isole Faroe. Vengo dalle guglie di Milano, dalle Dolomiti, dalla foresta di Camaldoli. Vengo dalle città sotterranee di Cappadocia, dall'Oceano ad Oporto, dalle paludi di Coto Donana. Vengo dalle piazze di Lecce, dalle scogliere di Finis Terrae, dal mare di Otranto. Vengo dalle sabbie del deserto, dai monti dell'Atlante, dalla via della seta. Vengo da Mont S.Michael, dall’acropoli di Atene dal mare delle Cicladi, dai monasteri delle Meteore dai quadri di Caravaggio, dalle poesie di Neruda e di E. L. Masters, Vengo dal mio sogno di volare, dall'idealismo del Che, dai libri di Richard Bach, dal suo gabbiano Jonathan Livingston. Vengo dai racconti di Eminghway, dalla follia geniale di Picasso dal fortepiano di Mozart, dall’Isola Tiberina al centro della mia città Vengo dalla visione di Tashunta Witko, dalla tragedia del suo popolo, Vengo dalle canzoni dei Beatles, dai tasti bianchi e neri del mio pianoforte, dalle corde delle mie chitarre. Vengo da questi e cento altri posti, vengo da ieri e da domani, dai miei sogni e dalle mie speranze, dai libri che ho letto e dalle musiche che ho ascoltato. Da lontane favole e ballate di druidi e melodie celtiche, da notti di birra e onde di mari e marinai, da amori andati e da volti dimenticati, da amici perduti e amici ritrovati, da segni, sogni, bisogni, da velocità a due ruote e voli a quaranta metri sott'acqua, da cani randagi e altrettanto randagi gatti, da quadri e monumenti, da fuochi, fumi, chitarre e lune, da lacrime, errori, andate e ritorni, da treni, città, Vengo da tutto questo e da molto altro ancora. Vengo da tante altre cose che non riesco a ricordare, ma sono quello che sono proprio per questo, ed è quello che sono che posso darti, e non altro, niente di più o niente di meno, questo e non altro.

lunedì 1 aprile 2013

Sogni

Ho ancora sogni nel cuore,
E sempre segni sul cuore,
Ho sempre bisogni nel cuore,
E ancora disegni nel cuore.


Ho ancora mani per costruire,
E sempre un domani da costruire,
E ancora un sogno d’amore per navigare,
E sempre bisogno d’amore per navigare.
E sempre un mare da navigare.


Vorrei avere più potere

per davvero potere,
insegnare le strade

e segnare le rotte,
che rotte seguire
per non perdersi mai
e mai disperdersi
in mille fiumi e fumi.


Avere domani a mille
per mille domani
e lasciare un segno
un segno qualsiasi
che un giorno lontano
possa farti dire,


un giorno

a chi saprà ascoltare

tra mille e più mille giorni
quando il tempo avrà fatto di me
soltanto un ricordo e
un sordo dolore 
di gioia perduta:
"Potete non credermi, ma 
un giorno, io davvero,
Ho conosciuto un Mago."

Se.....

Se avessi il tempo
porterei la tua mente dove
non è mai stata.
Porterei il tuo corpo
dove non credevi mai di arrivare,
e porterei il tuo cuore
dove sognavi di fermarti. 


Se avessi il tempo,
e l'opportunità
di prenderti la mano
porterei il tuo desiderio
oltre l'ostacolo
dei limiti che abbiamo. 


Raggiungere l'orgasmo
col corpo e con la mente,
sentire il corpo separarsi dal reale
e vivere in un'altra dimensione. 


Le tue gambe intrecciate sul mio cuore
le mie mani sui tuoi seni
la mia mente nella tua. 


Fino alla fine
Di un  sogno che
Trasformi la realtà

America prima che fosse America

Paco Ignacio de la Serna
questo è il mio nome.
Marinaio del Re
è il mio mestiere.
Marinaio, e nostromo della flotta di Spagna.
Nato a Bilbao e quindi Basco di natali e di coraggio.
per ordine e volere della Regina
al seguito dell’ammiraglio Colombo
nel suo viaggio di ricerca
di una nuova via verso le Indie.
Oramai partiti, prua ad occidente per raggiungere l’Oriente del Catai
e dimostrare così che la Terra è rotonda o perire nell’Impresa.
Non abbiamo altre scelte che riuscire od annegare
non abbiamo alternative che vincere o morire,
sopravvivere alla vita e alla marea
od affondare nella sconfitta e nell’Oblio.
D’altra parte cos’altro è la vita
se non la ricerca di conoscenza
e una sfida alla morte nel nome dell’immortalità
di un’anima che speriamo di avere
come premio per non arrenderci ?
Andare oltre il conosciuto e il già percorso
seguendo le misteriose rotte
di geroglifici disegni su mappe sconosciute.
Oltre le rotte che seguono gli albatri
oltre le nebbie delle Isole Canarie
questo il compito o il destino mio e dell’equipaggio
ciurma di avventurieri e malfattori
carcerati liberati per mancanza di volontari
prigionieri ora della nave
misurano la libertà in trenta passi per otto.
Coscritti di terra e di cantina, svelti di lingua e di coltello
mendicanti e debitori, assassini e ebrei fuggiaschi
ladri di donne e di denari.
Non  marinai veri che del mare conoscono l’umore e l’ira
la solitudine che danno la bonaccia e la marea
l’odore del sale e di sentina
e il vento che ti porta profumi e colori che mai vedrai.
Non rumori, non suoni, solo lo scricchiolio del fasciame alla chiglia,
solo il fischio di borea tra il sartiame e le cime,
solo lo schiocco secco del fiocco sulla maestra,
solo la chiama delle ore di notte e gli ordini del capitano alla voce,
e poi solo azzurro e silenzio.

/a

Silenzio, solo il ritmico schiaffo delle onde alla chiglia.
Azzurro, solo azzurro intorno
Azzurro il cielo senza nuvole
Azzurro e solo il vento leggero
Ad increspare l’azzurro del mare
Azzurro il mare oceano senza direzione né confine.
Senza un confine che non sia barca od orizzonte.
Orizzonte che non sembra più confine
sempre uguale ed apparentemente immobile
sembra che sfugga lega dopo lega
e che quasi la nave sia immobile in un punto apparente dell’Oceano,
come sembra sia ferma l’acqua di un fiume dall’alto di un ponte
ma invece sai bene che va.
Solo silenzio, azzurro e sole,
sole che brucia e che secca la pelle e gli occhi
che asciuga lingua e gola
finché viene il nero della notte
a spegnere tramonti che incendiano il mare e l’orizzonte.
Silenzio e solitudine, mare che sembra senza nessuna fine
eppure sai che ci sarà un confine,
una spiaggia alla quale approdare, una terra ancora da calpestare
ma ora non c’è altra compagnia che quella della Nina e della Pinta
non donne ma navi che sono partite
insieme alla nostra, la  Santa Maria, dal porto di Palos
e come due gabbiani in coppia ci seguono a mezza lega indietro
a seguire la scia che ci lasciamo indietro come a voler
segnare la strada per il ritorno con la spuma bianca
che dalla chiglia si chiude sull’indice del timone,
ma nessuna scia, niente rimane sulle onde
a segnare una memoria per il ritorno
per quando torneremo a casa
semmai il mare oceano non ci inghiotte
come la Balena il profeta Giona.
semmai torneremo a casa

/b

Se torneremo, lo giuro
Si lo giuro sul dio dei naviganti
Lo giuro che se torneremo
Non vorrò sentire più per la vita che mi rimane
Questo puzzo di sale sulla pelle
Questo gusto salmastro che entra nei polmoni
E che dà sapor di mare
A pane e vino, a notti e bestemmie
Che ci fa sembrare tutti figli di Nettuno
Figli del mare e delle maree.
Si, lo giuro
Se torneremo comincio a fare il contadino
Magari coltiverò la vite
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà
In mente questo viaggio e questa nave
E quel maledetto giorno che Gonzalo Castro,
(che l’inferno l’inghiotta in quest’istante, ovunque si trovi)
mi venne a cercare alla taverna del porto,
la vecchia taverna della Sasuela,
fianchi stretti e generosi, generosi nel darsi e nel mostrarsi,
zuppe di pesce e di cipolle per pochi denari,
non era proprio casa mia, ma un posto amico, questo si.
E lui, il maledetto, sì Gonzalo
A dirmi e raccontarmi del genovese di corte
Che preparava un viaggio su tre caravelle
Per arrivare nel niente, in oriente forse, raggiungere il Catai
E che la terra è rotonda
E che sarebbe bastato un breve viaggio
Vele verso occidente, prua al tramonto,
per raggiungere infallibilmente l’Oriente.
E che serviva uno come me,
esperto di mare e di terra, per fare da nostromo
sulla nave ammiraglia, e tanto furbo
da non farsi sfuggire nessun segno,
per controllare da lontano l ’ ”Ammiraglio” Colombo
e una volta tornati, riferire a lui, Gonzalo,
trucchi e rotta per l’Oriente,
e in pagamento del servigio,
quaranta pezzi d’oro
e un pezzo di terra in proprietà,
da coltivare a vigneto,
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà
In mente questo viaggio e questa nave

/c

Se torneremo, lo giuro
Si lo giuro sul dio dei naviganti
Lo giuro che se torneremo
Se torneremo torno a fare il contadino
Magari coltiverò la vite
Per farmi il vino e berne a piacimento
E sbronzarmi ogni volta che mi verrà
In mente questo viaggio e questa nave
Che sembra piantata con chiodi e catene
In una pozzo di fango, invece che correre sul mare.
Son dieci giorni, credo,
(perché anche il tempo non cammina più con lo stesso ritmo)
Son dieci giorni, sono sicuro
Che siamo qui come incollati con pece e gomma arabica
In questo mare di alghe e melma puzzolente
E pendono come tende a una finestra
La maestra ed il trinchetto, il genoa e il pappafico,
come impiccati ad un albero dondolano col dondolare delle onde
aspettando che un dio qualsiasi soffi per riempirle
e farci ripartire.
E tutto è fermo come il vento, fermo il tempo
Non più il susseguirsi dei minuti in attesa di altri istanti.
Fermo, immobile, quasi una maledizione c’abbia colpiti.
Non oggi , né ieri, tantomeno domani
E ricordo le parole ascoltate dai filosofi del tempio:
“ Ieri  è andato e quindi non esiste
Domani ancor non è e non si sa se è o ci sarà, quindi non esiste
Oggi è un tempo in mezzo a due cose inesistenti
E quindi di fatto non esiste.
Non è forse impossibile dire esattamente ORA
Che il medesimo istante nel quale pronunciamo la prima lettera “O”
È già passato quando pronunciamo la seconda “R”.
Di fatto anche l’adesso è un illusione,
ed essendo un illusione non esiste.”
E siamo ancora qui,
piantati come spaventapasseri in un campo di grano
ad aspettare i corvi,
ad aspettare un tempo che non c’è.
Melma intorno alla chiglia ed al timone,
Alghe che incollano lo scafo al mare immobile
La nave dondola stanca d’esser ferma
I marinai stanchi di pregare o bestemmiare (che poi è lo stesso)
E il vento che non arriva, inutile bruciarsi gli occhi
A cercare una nuvola che porti un po’ di movimento in cielo e in mare
È di nuovo, ancora, notte.
E basta.

/d

D’un tratto, come se finalmente dio
(Che non ho mai capito bene che vuol dire)
Siamo noi a dio a condurre la nostra vita?
Perché se è lui, e non noi a decidere la strada
O se forse solo sa già come va a finire
Allora il gioco è truccato
E siamo seduti ad un tavolo a giocare con carte segnate
E non possiamo neanche cercare di barare,
(chi da le carte, conosce anche le nostre)
E allora, se tutto è già deciso
Perché sforzarsi di cambiare
La sorte ed il destino.
D’un tratto, dicevo, come se finalmente dio
Si fosse destato dal suo sonno
Muovendosi di scatto, forse sbuffando per quella noia
La notte, non era ancora l’alba, s’è come risvegliata
Leggero, dapprima quasi un sospiro, un soffio.
(Ero di turno alla coffa)
L’ ho visto arrivare dal leggero increspare
Del lucido specchio del mare
Quasi un tremolio sul riflesso della luna
Un movimento come di foglie
Un profumo diverso nell’aria
E un velo leggero sul disco della luna lì in alto
NUVOLE ! VENTO!
E’ solo un refolo in effetti,
Ma è vento! E’ segnale di tempesta, lo so bene !!
E qualcun altro se n’è accorto
Il soffio s’alimenta sul brusio che sale dalla tolda e dal tambuccio
E sveglia col respiro che porta da lontano altri marinai
Ed altri ancora si svegliano e lanciano richiami
Che il vento cresce e comincia a scuotere la nave
Ed anche gli ultimi ormai son svegli
E si danno di gomito l’un l’altro
Che sanno che sarà un giorno diverso
Quello che sta sorgendo ad oriente
Che tinge d’oro rosa la notte e il mare
“Dai svelti, molla tutto!!
Non perdiamo tempo,
Che fanno quelli della Pinta e della Nina?
Non vedi? Hanno già mollato trinchetto e maestra,
Forza, che il Vento, come la vita,
non si ferma certo ad aspettarci davvero
Non torna certo indietro.
Mai.”

/e

E il vento ha spazzato il ponte incollato di sale
Scosso le cime penzolanti dalla maestra.
E il tintinnio dei bozzelli all’albero
Accompagna il ritmo degli schiaffi delle onde alla chiglia
Sbattono le vele, il fiocco e la mezzana alzano le ali
La maestra, il velaccio e il belvedere,
schioccano gli stralli e le briglie,
e dondola improvvisa la nave,
come culla appena sospinta
S’è animato all’improvviso il ponte
Svaniti i fumi del vino e della noia
Si gonfiano all’improvviso la maestra ed il trinchetto
E la nave torna a vivere, essere che sembra respiri sulle onde
Sembra che le sua ossa si schiantino insieme al fasciame arrugginito
Si sveglia l’equipaggio addormentato,
Cerca con gli occhi il capitano
Pronto ad eseguire l’ordine agognato
“Drizza il pappafico, molla tutto, poppa al vento e alla via così.”
Quel maledetto di Colombo!!
Oggi era il terzo giorno,
L’ultimo giorno concesso all’attesa,
L’ultimo lasciato al suo volere,
l’ultimo concesso dalla ciurma armai ammutinata,
“Se entro tre giorni non si leva il vento propizio,
entro tre giorni dico, sarò vostro prigioniero,
e potrete far rotta indietro, o per dove vorrete”
Così s’era giunti all’accordo
Con la ciurma quasi ammutinata,
Coi comandanti scoraggiati.
Tre giorni
E poi finalmente prua indietro……
A casa.
Tre giorni
Come Lazzaro nel sepolcro, per ritornare a vivere
O rimanere prigionieri del mare e della morte
Comunque di qualcosa che non puoi governare
Sulla quale non hai potere
E forse per questo, proprio per questo
Ti gela il sangue alle vene
Ti spezza il respiro e asciuga gli occhi e la gola.

/f

Oggi era il terzo giorno,
e già si discuteva in fondo alla cambusa,
tra le murate e le sartie,
di quale rotta prendere,
verso quale stella dirigere il timone,
e le voci si mischiavano alle voci,
e chi più grida è chi ha più paura:
“ Levante!, Ostro.!!, No! si volge la prua ad oriente,
siamo andati per giorni e giorni ad occidente!!!
ma no! marinaio di terra!!! e lo scarroccio?, la deriva?
Non consideri il senso del vento di Alisei?
Ma non vedete?!?!?!, siamo fermi!
Questo mare oceano d’erba, maledetto,
ci tiene come collapece attaccati alle onde
come mosche al miele, come cani alla catena, come cavalli alla cavezza……..”
e d’un tratto, non era ancora giorno
un soffio, come un sospiro da lontano, un respiro trattenuto
e il vento s’è levato, corrono
come aquile di mare le navi,
saltano come delfini sulla schiuma
che già si alza dalle onde
e come delfini si inseguono alla scia;
ecco la Nina che sorpassa la Pinta
e noi dalla Santa Maria davanti a tutti,
a cercare con gli occhi la porta chiusa
della cabina dell’ammiraglio Colombo,
Chiusa, rimane chiusa, e non servono le grida di gioia
Che dalla tolda si levano verso le altre navi
A chiamare chi è amico,
a saltare per farsi meglio vedere,
a chiedere, a chi è più anziano,
cosa fare, dove andare, ormai padroni del mare e della nave,
ché Colombo chiuso nella cabina non vuole uscire
e siamo liberi di andare…………
ma non sappiamo dove.
Non sempre i più vecchi conoscono la giusta risposta,
la giusta soluzione,
non sempre essere liberi vuol dire saper cosa fare,
quasi sempre abbiamo braccia troppo corte per raggiungere i nostri sogni
per realizzare i nostri stessi desideri.

/g

Ed ecco, finalmente, si socchiude l’uscio
E d’improvviso i soli rumori che è possibile udire
Sono il sospiro del vento tra le vele,
il gorgoglìo della spuma alla chiglia
ed il cigolio della porta e del fasciame,
il battere ritmico delle cime e dei bozzelli sugli alberi,
noi quasi smettiamo di respirare
soffocati dal battere ansioso del cuore
nella gabbia del petto,
e lui, Colombo, vaga con lo sguardo intorno a cercare
con gli occhi gli occhi di chi fino a pochi attimi prima
malediva lui e tutti gli dei che lo tenevano in vita,
anche io passo sotto i suoi occhi di carbone,
Sembra che ti legga l’anima quel genovese figlio del demonio
E poi sorride.
Sorride come se ridesse delle nostre paure,
dei timori di noi ignoranti superstiziosi
come se avesse sempre saputo fin dove
spingere le nostre disperazione e paure.
E un grido d’urrà s’alza da poppa
Dai marinai legati alla coffa, in testa d’albero
Ritorna Urrà! Viva l’ammiraglio
Evviva il nostro comandante,
il padrone dell’oceano, signore dei venti
amico d’Eolo, lui che legge le stelle meglio della Bibbia
che ha in cabina
Viva il comandante!
E lui davvero figlio del demonio
Ride di sollievo e di noi.
Ed un pensiero mi balena d’improvviso..
Tre giorni e poi saremmo potuti tornare indietro
Indietro aveva detto (il figlio del demonio)
Ma indietro, e come.
Non c’era vento.
Ma non vedete?!?!?!, siamo fermi!
Questo mare oceano d’erba, maledetto,
ci tiene come collapece attaccati alle onde
come mosche al miele, come cani alla catena, come cavalli alla cavezza……..”

/h

Ci aveva giocati alla grande
Aveva truccato le carte
Sapeva già quelle che avevamo noi in mano
Perché se è stato lui, e non noi a decidere la strada
O se forse solo lui sapeva già come sarebbe andata a finire
Allora il gioco era truccato
E siamo stati seduti ad un tavolo a giocare con carte segnate
E non potevamo neanche cercare di barare,
(chi dava le carte, conosceva anche le nostre)
E allora, se tutto era già deciso
Perché sforzarsi di cambiare
La sorte ed il destino.

mercoledì 27 marzo 2013

La Dommenica de 'na vorta

Sòneno puro oggi le campane a festa
E 'sto sòno pe’ me  è com'‘n richiamo
Che me porta artri ricordi ‘nde  la testa
Che ariveno veloci come n’aroplano.

De quanno la dommenica matina
Annavo a la messa co' mi madre
Dopo la colazione co l’ovomaltina
Co ‘r vestito bono e 'na cravatta tajata de mi padre.

Ma più che pijà l’ostia o ‘r sacramento
Me spigneva d’annacce come da promessa
‘r timbro su 'n dela cartolina de l’abbonamento
Pe ‘r cinema de la parocchia doppo d’avè sentito messa.

Co’ l’abbonamento “benedetto” e lire trecento
C’avevi ‘r diritto a du’ firm e poi carciobalilla
Cominciavano alle tre e mi padre era contento
De restà a casa co’ mi madre finalmente ‘n pò  tranquilla.

Ne le venti file de portrone de legno cigolanti
Cercavamo de mettece vicini a le ragazzine
‘n tasca ‘n panino pe’ la merenda e tutti quanti
Facevamo li sbruffoni offrenno a lloro le mentine.

C’era sempre ‘n casino de parole appena ‘ntrati
‘r viceparroco passava facenno cenni e: “ve caccio via!!”
Poi passava l’omino co’ la cassetta della soda e li gelati
E finarmente se spegneva la luce e ‘ncominciava la maggia.

I firm ereno quasi sempre ‘n bianchenero
Co' la pellicola sfrigolante e spesso fori foco
Ma noi guardavimo er faruest quello vero
Co’ le pistole fatte le mani copianno ‘r firm pe’ gioco

Coll’occhi spalancati come fari  seguivamo le storie
De Maciste e Pecosbill, de Zoro e de l’indiani
I boni nun moriveno mai e ai cauboi tutte le vittorie
C’era ‘r tifo come alla partita e applausi da spellaccese le mani.

Tra ‘n firm e l’artro se mimaveno le scene e li commenti
A vorte s’usciva a comprasse ‘e caramelle
Pe’ succhialle ner resto de la sera e tutti contenti
Aspettavo ‘r firm comico da ride a crepapelle.

A la fine era già sera e le campane sonaveno pe’ ‘r vespro
E ritornanno a ccasa guardavimo le ombre de li pini
Sognannoce ‘nboscate e sparatorie e ‘n po’ de tutto ‘r resto
Giocanno a fa de la via ‘r parcoscenico de noi artri regazzini.

Artri ricordi ariveno, ma la storia troppo s’allungherebbe
Perciò ora la smetto e pe’ mo’ metto ‘a virgola e puro ‘r punto
Tornerò a ricordamme artre storie e se ve piacerebbe
Le leggerete qui co’ carma e co’ pazienza o ve farò ‘n riassunto.

Primavera

Quanno sento arivà la primavera
Co’ quell’aria fresca e profumata de nun so de che
Me pija ‘n friccicarello all’anima, ‘na smania come de anna'
E perlomeno co' la mente comincio a navigà

Cosi me succedeva quanno annavo a scola

E cominciavo a fa’ sega ch’era aprile
Pijavo er motorino ‘nsieme a quarchiduno
E via ar mare, a li cancelli prima de capocotta

L’ingresso a di la verità era ancora chiuso

Ma trovavamo sempre ‘n buco 'n de la rete
E si nun lo trovavamo…tutt’a’ n’ tratto c’era..
S’enfilavamo drento alla boscaja e dopo le dune…

Er mare.

E che vve devo dì?
Vedello lì ‘n quelle matine rubbate a la scola
Era ‘na delizia senza pari, la spiaggia era deserta
E pe’ nnoi era come se fosse la matina de Natale

C’erano  Robberto,  Valerio er roscio, er Pisolo

(quello ch’è morto ammazzato ‘n africa)
C’era 'r Bucia, 'r Macaco, c’era puro quasi sempre Renzo
(Che portava li sfilatini fregati alla madre ‘n panetteria)

C’era pure Ambleto, Maurizio er bello, c’era Matita

E puro Giggi quello che mo’ fa ’r mezzo prete a santeggidio
Se ce penzo de qualcuno certo me scordo e me dispiace
Ma quelli ch’ho detto eran li mejo e so' sicuro

Ne so’ passati d’anni e uno solo ancora lo chiamo amico

Valerio er roscio, l’artro me stesso, l’unico che ancora chiamo fratello
N’amo cambiate donne e moji ma noi semo sempre com’allora
Fratelli ortre a le cose e li casini, ortre a le donne
Ma questa è ‘n’ antra storia che prima o poi ripijio

Ora che vivo ar nord, a primavera, quanno sento

Che der collo me s’addrizzeno li peli
Tiro su cor naso, faccio ‘n respiro e chiudo l’occhi
Rivedo quella striscia azzura tra le dune come ‘n miraggio, 
L’aria der condizionatore sembra ponentino e parte 'r viaggio.

Pattini e scheitbord

Hai mai visto anna' a mille sullo scheitbord quei pazzi
che coreno su li marciapiedi co' le naic e i ginz a bracarella?
Quanno li vedo me vie' sempre 'n mente quann' erimo regazzi
e co' li caretti a rotelle facevamo le corze a Garbatella!

Così la memoria me riporta a quann' ero rigazzino
e a di' la verità (e a dilla tutta) ero già un ber pò ribbelle
che corevo come un matto su 'n der terazzino
annanno avanti e 'n dietro sopra du' pattini a rotelle.

ereno de quelli regolabbili mica co' la scarpetta!
co' le rotelle maroni consumate e senza cuscinetti a sfera
li mettevo co li scarponi scuri e li strignevo poi co' la chiavetta
e via su e giù pe' 'r terazzino o ner cortile da matina a sera:

Poi 'n giorno fruganno da Mario er meccanico 'n der bidone
ndove buttava tutti li pezzi rotti oppure buttava li scarti
trovammo io e Valerio tre cuscinetti a sfera de 'n vespone
(ce ne mancava uno pe' fa 'r caretto e pe' trovallo c' era da fa' li sarti!)

Er caretto era na tavola de legno: famo ottanta pe' 'n metro
co' 'n sur davanti na sbara fissata co' 'n bullone pe' fa' lo sterzo
du' cuscinetti a sfera a fa' da rote e artri due fissati dietro
se guidava sdraiati sterzanno co' li piedi e fallo mica era 'no scherzo!

Sia come sia, pe' fortuna o "forze"...aiutannose co' le mano
rimediammo st' artra "rota"..chiodi, bulloni, du tubbi, 'n pò de grasso,
e costruicce 'r caretto fu 'n gioco vero e 'n divertimento sano sano,
'na pennellata de verde rubbato ar portiere e poi a core..mamma che spasso!

se buttevamo come matti pe' la discesa 'n do sta l'ospidale
cosi se succedeva quarche guaio stavimo vicini e 'n se perdeva tempo
schizzavamo tra le machine, la ggente e l'arberi der viale
a nun zo a quant'all ora ma certo ce pareva de core più der vento.

La ggente che strillava, i clacson, mi madre che m'urlava 'n da 'a finestra,
ma che ce ne fregava a noi!, corevamo sempre ppiù forte, erimo li re d' 'a strada
arivavamo in fonno a la discesa a cent'allora, poi con li piedi 'na frenata e 'n giro a destra
giusto pe' nun schiantasse addosso ar giornalaro e ppoi che er resto vada come vada.

Cosi 'mo quanno la ggente butta a 'sti regazzi d'oggi 'n occhio storto
me chiedo se c'hanno 'a memoria corta, oppure forze hanno vissuto ar Polo
perchè 'a voja d'esaggerà è er sugo de la ggioventù e nun c'ho torto
a penzà che a vorte vorei esse' a fa' a gara io e Valerio li co' loro, e no a guardammeli da solo.
 

Ma er Sor Tempo nun s'addormenta mai e così ce tocca d'abbozzà
che l'episodi finischeno 'n cantina finchè nun li risvejia quarchecosa
e allora se ne vengheno a la mente veloci come lampi a ricordà
che gnente torna, e perciò è sacrosanto godecce er mejo d'ogni cosa.

lunedì 11 marzo 2013

Gabbiani e Scarabei

Miseri i miei seri pensieri
si serrano in sere di parole e bere
srotolandosi come giochi di carnevale
meccanica quantistica di logica e bugie.

Ascolto la mia voce che risuona nella sera
seria come se fosse giudice e destino
come se fosse condanna e pentimento
a ricercare il motivo della durezza della vita.

Siamo come insetti stercorari
che nella sabbia dei giorni arrancano
con il loro putrido carico di rifiuti
credendolo un tesoro da conservare.

Non sapendo guardare in alto
oltre l'illusorio argine delle dune
crediamo che tutto il mondo sia
racchiuso nel nostro metroquadrato di sabbia.

Oltre,
in alto,
i gabbiani volano pensando di essere diversi dallo scarabeo.

Ma Jonathan insegna che volare non basta.
La cosa davvero importante è essere veloci e osare.

sabato 2 marzo 2013

L'Inizio

L’Inizio è solo un’ipotesi
    L’Inizio è solo fantasia
    Un gemito dell’anima
    Un brillar di pupille.
L’inizio è la speranza
Di una corrente ascendente
Che ci faccia innalzare
Che ci aiuti a volare.
    L’Inizio è la preghiera
    Per un sole che non sciolga
    La cera delle nostre stolte
    Posticce ali di uomini.
L’Inizio è una sfera
Senza inizio né fine
Non sappiamo dove nasce
Non ne sappiamo la fine.
    L’Inizio è il brivido
    Già mille volte provato
    E per questo riconoscibile
    Ma ogni volta diverso.
    (Stavolta sarà diverso).
L’Inizio è un vuoto allo stomaco
Paura di cominciare
Paura di fallire ancora
Voglia di non arrendersi.
    L’Inizio è il battito d’ali
    Della Crisalide che diventa Farfalla
    Ma come la Farfalla l’Inizio vive
    Solo un giorno appena.