Sòneno puro oggi le campane a festa
E 'sto sòno pe’ me è com'‘n richiamo
Che me porta artri ricordi ‘nde la testa
Che ariveno veloci come n’aroplano.
De quanno la dommenica matina
Annavo a la messa co' mi madre
Dopo la colazione co l’ovomaltina
Co ‘r vestito bono e 'na cravatta tajata de mi padre.
Ma più che pijà l’ostia o ‘r sacramento
Me spigneva d’annacce come da promessa
‘r timbro su 'n dela cartolina de l’abbonamento
Pe ‘r cinema de la parocchia doppo d’avè sentito messa.
Co’ l’abbonamento “benedetto” e lire trecento
C’avevi ‘r diritto a du’ firm e poi carciobalilla
Cominciavano alle tre e mi padre era contento
De restà a casa co’ mi madre finalmente ‘n pò tranquilla.
Ne le venti file de portrone de legno cigolanti
Cercavamo de mettece vicini a le ragazzine
‘n tasca ‘n panino pe’ la merenda e tutti quanti
Facevamo li sbruffoni offrenno a lloro le mentine.
C’era sempre ‘n casino de parole appena ‘ntrati
‘r viceparroco passava facenno cenni e: “ve caccio via!!”
Poi passava l’omino co’ la cassetta della soda e li gelati
E finarmente se spegneva la luce e ‘ncominciava la maggia.
I firm ereno quasi sempre ‘n bianchenero
Co' la pellicola sfrigolante e spesso fori foco
Ma noi guardavimo er faruest quello vero
Co’ le pistole fatte le mani copianno ‘r firm pe’ gioco
Coll’occhi spalancati come fari seguivamo le storie
De Maciste e Pecosbill, de Zoro e de l’indiani
I boni nun moriveno mai e ai cauboi tutte le vittorie
C’era ‘r tifo come alla partita e applausi da spellaccese le mani.
Tra ‘n firm e l’artro se mimaveno le scene e li commenti
A vorte s’usciva a comprasse ‘e caramelle
Pe’ succhialle ner resto de la sera e tutti contenti
Aspettavo ‘r firm comico da ride a crepapelle.
A la fine era già sera e le campane sonaveno pe’ ‘r vespro
E ritornanno a ccasa guardavimo le ombre de li pini
Sognannoce ‘nboscate e sparatorie e ‘n po’ de tutto ‘r resto
Giocanno a fa de la via ‘r parcoscenico de noi artri regazzini.
Artri ricordi ariveno, ma la storia troppo s’allungherebbe
Perciò ora la smetto e pe’ mo’ metto ‘a virgola e puro ‘r punto
Tornerò a ricordamme artre storie e se ve piacerebbe
Le leggerete qui co’ carma e co’ pazienza o ve farò ‘n riassunto.
Parole per dire il come e il quando, il dove e il perchè io sono quel che ora sono e come lo sono diventato.
Dopo 4 anni di blog su Splinder Parole per dire Anima si sposta causa di forza maggiore. Ringrazio i 23.487 visitatori del vecchio sito dando a loro e ai nuovi il benvenuto nel nuovo blog.
Il cielo è ancora di nuovo azzurro dopo il temporale, di nuovo piccole nuvole bianche galleggiano nello smalto turchese che si intravede tra i rami degli ippocastani. Leggero un vento da Sud mi porta profumi lontani e un ricordo di tempi andati. Vengo da un remoto passato, da un continente scomparso, da memorie tramandate. Vengo da uno ieri lontano, da una distante memoria, da profondità assolute. Vengo da foreste carbonizzate, da oceani prosciugati, da atlantidi sommerse. Vengo da leggende antiche, da strade non tracciate, da un paese dimenticato. Vengo da notti di mille stelle cadenti, da grotte sottomarine, da minareti e ziggurat mesopotamiche. Vengo da fiumi e cascate fumanti, da incendi di praterie, dai giardini pensili di Babilonia. Vengo dagli accampamenti dei pellerossa, da canti intorno al fuoco, dal giro della pipa sacra. Io Vengo dalla pianura di Stonehenge, dai templi di Abu-Simbel, dalla valle di Goreme. Vengo da un sogno di delfino, dalla barriera corallina di Sharm-el-Sheik, e da quella di Marsa-Alam, da Elphinstone Reef e da Ras Samadhai. Vengo dall'isola di Rapa-Nui, dalle piramidi atzeche, e di quelle di Giza. Vengo dal ghiacciaio di Roseg, sulle Alpi dopo S. Moritz, dal castello Bunchrew ad Inverness, dalla caldera di Kallisté. Vengo dai mille monumenti e ruderi di Roma, dalle rovine di Pompei, dalle scogliere delle Isole Faroe. Vengo dalle guglie di Milano, dalle Dolomiti, dalla foresta di Camaldoli. Vengo dalle città sotterranee di Cappadocia, dall'Oceano ad Oporto, dalle paludi di Coto Donana. Vengo dalle piazze di Lecce, dalle scogliere di Finis Terrae, dal mare di Otranto. Vengo dalle sabbie del deserto, dai monti dell'Atlante, dalla via della seta. Vengo da Mont S.Michael, dall’acropoli di Atene dal mare delle Cicladi, dai monasteri delle Meteore dai quadri di Caravaggio, dalle poesie di Neruda e di E. L. Masters, Vengo dal mio sogno di volare, dall'idealismo del Che, dai libri di Richard Bach, dal suo gabbiano Jonathan Livingston. Vengo dai racconti di Eminghway, dalla follia geniale di Picasso dal fortepiano di Mozart, dall’Isola Tiberina al centro della mia città Vengo dalla visione di Tashunta Witko, dalla tragedia del suo popolo, Vengo dalle canzoni dei Beatles, dai tasti bianchi e neri del mio pianoforte, dalle corde delle mie chitarre. Vengo da questi e cento altri posti, vengo da ieri e da domani, dai miei sogni e dalle mie speranze, dai libri che ho letto e dalle musiche che ho ascoltato. Da lontane favole e ballate di druidi e melodie celtiche, da notti di birra e onde di mari e marinai, da amori andati e da volti dimenticati, da amici perduti e amici ritrovati, da segni, sogni, bisogni, da velocità a due ruote e voli a quaranta metri sott'acqua, da cani randagi e altrettanto randagi gatti, da quadri e monumenti, da fuochi, fumi, chitarre e lune, da lacrime, errori, andate e ritorni, da treni, città, Vengo da tutto questo e da molto altro ancora. Vengo da tante altre cose che non riesco a ricordare, ma sono quello che sono proprio per questo, ed è quello che sono che posso darti, e non altro, niente di più o niente di meno, questo e non altro.
Il cielo è ancora di nuovo azzurro dopo il temporale, di nuovo piccole nuvole bianche galleggiano nello smalto turchese che si intravede tra i rami degli ippocastani. Leggero un vento da Sud mi porta profumi lontani e un ricordo di tempi andati. Vengo da un remoto passato, da un continente scomparso, da memorie tramandate. Vengo da uno ieri lontano, da una distante memoria, da profondità assolute. Vengo da foreste carbonizzate, da oceani prosciugati, da atlantidi sommerse. Vengo da leggende antiche, da strade non tracciate, da un paese dimenticato. Vengo da notti di mille stelle cadenti, da grotte sottomarine, da minareti e ziggurat mesopotamiche. Vengo da fiumi e cascate fumanti, da incendi di praterie, dai giardini pensili di Babilonia. Vengo dagli accampamenti dei pellerossa, da canti intorno al fuoco, dal giro della pipa sacra. Io Vengo dalla pianura di Stonehenge, dai templi di Abu-Simbel, dalla valle di Goreme. Vengo da un sogno di delfino, dalla barriera corallina di Sharm-el-Sheik, e da quella di Marsa-Alam, da Elphinstone Reef e da Ras Samadhai. Vengo dall'isola di Rapa-Nui, dalle piramidi atzeche, e di quelle di Giza. Vengo dal ghiacciaio di Roseg, sulle Alpi dopo S. Moritz, dal castello Bunchrew ad Inverness, dalla caldera di Kallisté. Vengo dai mille monumenti e ruderi di Roma, dalle rovine di Pompei, dalle scogliere delle Isole Faroe. Vengo dalle guglie di Milano, dalle Dolomiti, dalla foresta di Camaldoli. Vengo dalle città sotterranee di Cappadocia, dall'Oceano ad Oporto, dalle paludi di Coto Donana. Vengo dalle piazze di Lecce, dalle scogliere di Finis Terrae, dal mare di Otranto. Vengo dalle sabbie del deserto, dai monti dell'Atlante, dalla via della seta. Vengo da Mont S.Michael, dall’acropoli di Atene dal mare delle Cicladi, dai monasteri delle Meteore dai quadri di Caravaggio, dalle poesie di Neruda e di E. L. Masters, Vengo dal mio sogno di volare, dall'idealismo del Che, dai libri di Richard Bach, dal suo gabbiano Jonathan Livingston. Vengo dai racconti di Eminghway, dalla follia geniale di Picasso dal fortepiano di Mozart, dall’Isola Tiberina al centro della mia città Vengo dalla visione di Tashunta Witko, dalla tragedia del suo popolo, Vengo dalle canzoni dei Beatles, dai tasti bianchi e neri del mio pianoforte, dalle corde delle mie chitarre. Vengo da questi e cento altri posti, vengo da ieri e da domani, dai miei sogni e dalle mie speranze, dai libri che ho letto e dalle musiche che ho ascoltato. Da lontane favole e ballate di druidi e melodie celtiche, da notti di birra e onde di mari e marinai, da amori andati e da volti dimenticati, da amici perduti e amici ritrovati, da segni, sogni, bisogni, da velocità a due ruote e voli a quaranta metri sott'acqua, da cani randagi e altrettanto randagi gatti, da quadri e monumenti, da fuochi, fumi, chitarre e lune, da lacrime, errori, andate e ritorni, da treni, città, Vengo da tutto questo e da molto altro ancora. Vengo da tante altre cose che non riesco a ricordare, ma sono quello che sono proprio per questo, ed è quello che sono che posso darti, e non altro, niente di più o niente di meno, questo e non altro.
mercoledì 27 marzo 2013
Primavera
Quanno sento arivà la primavera
Co’ quell’aria fresca e profumata de nun so de che
Me pija ‘n friccicarello all’anima, ‘na smania come de anna'
E perlomeno co' la mente comincio a navigà
Cosi me succedeva quanno annavo a scola
E cominciavo a fa’ sega ch’era aprile
Pijavo er motorino ‘nsieme a quarchiduno
E via ar mare, a li cancelli prima de capocotta
L’ingresso a di la verità era ancora chiuso
Ma trovavamo sempre ‘n buco 'n de la rete
E si nun lo trovavamo…tutt’a’ n’ tratto c’era..
S’enfilavamo drento alla boscaja e dopo le dune…
Er mare.
E che vve devo dì?
Vedello lì ‘n quelle matine rubbate a la scola
Era ‘na delizia senza pari, la spiaggia era deserta
E pe’ nnoi era come se fosse la matina de Natale
C’erano Robberto, Valerio er roscio, er Pisolo
(quello ch’è morto ammazzato ‘n africa)
C’era 'r Bucia, 'r Macaco, c’era puro quasi sempre Renzo
(Che portava li sfilatini fregati alla madre ‘n panetteria)
C’era pure Ambleto, Maurizio er bello, c’era Matita
E puro Giggi quello che mo’ fa ’r mezzo prete a santeggidio
Se ce penzo de qualcuno certo me scordo e me dispiace
Ma quelli ch’ho detto eran li mejo e so' sicuro
Ne so’ passati d’anni e uno solo ancora lo chiamo amico
Valerio er roscio, l’artro me stesso, l’unico che ancora chiamo fratello
N’amo cambiate donne e moji ma noi semo sempre com’allora
Fratelli ortre a le cose e li casini, ortre a le donne
Ma questa è ‘n’ antra storia che prima o poi ripijio
Ora che vivo ar nord, a primavera, quanno sento
Che der collo me s’addrizzeno li peli
Tiro su cor naso, faccio ‘n respiro e chiudo l’occhi
Rivedo quella striscia azzura tra le dune come ‘n miraggio,
L’aria der condizionatore sembra ponentino e parte 'r viaggio.
Co’ quell’aria fresca e profumata de nun so de che
Me pija ‘n friccicarello all’anima, ‘na smania come de anna'
E perlomeno co' la mente comincio a navigà
Cosi me succedeva quanno annavo a scola
E cominciavo a fa’ sega ch’era aprile
Pijavo er motorino ‘nsieme a quarchiduno
E via ar mare, a li cancelli prima de capocotta
L’ingresso a di la verità era ancora chiuso
Ma trovavamo sempre ‘n buco 'n de la rete
E si nun lo trovavamo…tutt’a’ n’ tratto c’era..
S’enfilavamo drento alla boscaja e dopo le dune…
Er mare.
E che vve devo dì?
Vedello lì ‘n quelle matine rubbate a la scola
Era ‘na delizia senza pari, la spiaggia era deserta
E pe’ nnoi era come se fosse la matina de Natale
C’erano Robberto, Valerio er roscio, er Pisolo
(quello ch’è morto ammazzato ‘n africa)
C’era 'r Bucia, 'r Macaco, c’era puro quasi sempre Renzo
(Che portava li sfilatini fregati alla madre ‘n panetteria)
C’era pure Ambleto, Maurizio er bello, c’era Matita
E puro Giggi quello che mo’ fa ’r mezzo prete a santeggidio
Se ce penzo de qualcuno certo me scordo e me dispiace
Ma quelli ch’ho detto eran li mejo e so' sicuro
Ne so’ passati d’anni e uno solo ancora lo chiamo amico
Valerio er roscio, l’artro me stesso, l’unico che ancora chiamo fratello
N’amo cambiate donne e moji ma noi semo sempre com’allora
Fratelli ortre a le cose e li casini, ortre a le donne
Ma questa è ‘n’ antra storia che prima o poi ripijio
Ora che vivo ar nord, a primavera, quanno sento
Che der collo me s’addrizzeno li peli
Tiro su cor naso, faccio ‘n respiro e chiudo l’occhi
Rivedo quella striscia azzura tra le dune come ‘n miraggio,
L’aria der condizionatore sembra ponentino e parte 'r viaggio.
Pattini e scheitbord
Hai mai visto anna' a mille sullo scheitbord quei pazzi
che coreno su li marciapiedi co' le naic e i ginz a bracarella?
Quanno li vedo me vie' sempre 'n mente quann' erimo regazzi
e co' li caretti a rotelle facevamo le corze a Garbatella!
Così la memoria me riporta a quann' ero rigazzino
e a di' la verità (e a dilla tutta) ero già un ber pò ribbelle
che corevo come un matto su 'n der terazzino
annanno avanti e 'n dietro sopra du' pattini a rotelle.
ereno de quelli regolabbili mica co' la scarpetta!
co' le rotelle maroni consumate e senza cuscinetti a sfera
li mettevo co li scarponi scuri e li strignevo poi co' la chiavetta
e via su e giù pe' 'r terazzino o ner cortile da matina a sera:
Poi 'n giorno fruganno da Mario er meccanico 'n der bidone
ndove buttava tutti li pezzi rotti oppure buttava li scarti
trovammo io e Valerio tre cuscinetti a sfera de 'n vespone
(ce ne mancava uno pe' fa 'r caretto e pe' trovallo c' era da fa' li sarti!)
Er caretto era na tavola de legno: famo ottanta pe' 'n metro
co' 'n sur davanti na sbara fissata co' 'n bullone pe' fa' lo sterzo
du' cuscinetti a sfera a fa' da rote e artri due fissati dietro
se guidava sdraiati sterzanno co' li piedi e fallo mica era 'no scherzo!
Sia come sia, pe' fortuna o "forze"...aiutannose co' le mano
rimediammo st' artra "rota"..chiodi, bulloni, du tubbi, 'n pò de grasso,
e costruicce 'r caretto fu 'n gioco vero e 'n divertimento sano sano,
'na pennellata de verde rubbato ar portiere e poi a core..mamma che spasso!
se buttevamo come matti pe' la discesa 'n do sta l'ospidale
cosi se succedeva quarche guaio stavimo vicini e 'n se perdeva tempo
schizzavamo tra le machine, la ggente e l'arberi der viale
a nun zo a quant'all ora ma certo ce pareva de core più der vento.
La ggente che strillava, i clacson, mi madre che m'urlava 'n da 'a finestra,
ma che ce ne fregava a noi!, corevamo sempre ppiù forte, erimo li re d' 'a strada
arivavamo in fonno a la discesa a cent'allora, poi con li piedi 'na frenata e 'n giro a destra
giusto pe' nun schiantasse addosso ar giornalaro e ppoi che er resto vada come vada.
Cosi 'mo quanno la ggente butta a 'sti regazzi d'oggi 'n occhio storto
me chiedo se c'hanno 'a memoria corta, oppure forze hanno vissuto ar Polo
perchè 'a voja d'esaggerà è er sugo de la ggioventù e nun c'ho torto
a penzà che a vorte vorei esse' a fa' a gara io e Valerio li co' loro, e no a guardammeli da solo.
Ma er Sor Tempo nun s'addormenta mai e così ce tocca d'abbozzà
che l'episodi finischeno 'n cantina finchè nun li risvejia quarchecosa
e allora se ne vengheno a la mente veloci come lampi a ricordà
che gnente torna, e perciò è sacrosanto godecce er mejo d'ogni cosa.
che coreno su li marciapiedi co' le naic e i ginz a bracarella?
Quanno li vedo me vie' sempre 'n mente quann' erimo regazzi
e co' li caretti a rotelle facevamo le corze a Garbatella!
Così la memoria me riporta a quann' ero rigazzino
e a di' la verità (e a dilla tutta) ero già un ber pò ribbelle
che corevo come un matto su 'n der terazzino
annanno avanti e 'n dietro sopra du' pattini a rotelle.
ereno de quelli regolabbili mica co' la scarpetta!
co' le rotelle maroni consumate e senza cuscinetti a sfera
li mettevo co li scarponi scuri e li strignevo poi co' la chiavetta
e via su e giù pe' 'r terazzino o ner cortile da matina a sera:
Poi 'n giorno fruganno da Mario er meccanico 'n der bidone
ndove buttava tutti li pezzi rotti oppure buttava li scarti
trovammo io e Valerio tre cuscinetti a sfera de 'n vespone
(ce ne mancava uno pe' fa 'r caretto e pe' trovallo c' era da fa' li sarti!)
Er caretto era na tavola de legno: famo ottanta pe' 'n metro
co' 'n sur davanti na sbara fissata co' 'n bullone pe' fa' lo sterzo
du' cuscinetti a sfera a fa' da rote e artri due fissati dietro
se guidava sdraiati sterzanno co' li piedi e fallo mica era 'no scherzo!
Sia come sia, pe' fortuna o "forze"...aiutannose co' le mano
rimediammo st' artra "rota"..chiodi, bulloni, du tubbi, 'n pò de grasso,
e costruicce 'r caretto fu 'n gioco vero e 'n divertimento sano sano,
'na pennellata de verde rubbato ar portiere e poi a core..mamma che spasso!
se buttevamo come matti pe' la discesa 'n do sta l'ospidale
cosi se succedeva quarche guaio stavimo vicini e 'n se perdeva tempo
schizzavamo tra le machine, la ggente e l'arberi der viale
a nun zo a quant'all ora ma certo ce pareva de core più der vento.
La ggente che strillava, i clacson, mi madre che m'urlava 'n da 'a finestra,
ma che ce ne fregava a noi!, corevamo sempre ppiù forte, erimo li re d' 'a strada
arivavamo in fonno a la discesa a cent'allora, poi con li piedi 'na frenata e 'n giro a destra
giusto pe' nun schiantasse addosso ar giornalaro e ppoi che er resto vada come vada.
Cosi 'mo quanno la ggente butta a 'sti regazzi d'oggi 'n occhio storto
me chiedo se c'hanno 'a memoria corta, oppure forze hanno vissuto ar Polo
perchè 'a voja d'esaggerà è er sugo de la ggioventù e nun c'ho torto
a penzà che a vorte vorei esse' a fa' a gara io e Valerio li co' loro, e no a guardammeli da solo.
Ma er Sor Tempo nun s'addormenta mai e così ce tocca d'abbozzà
che l'episodi finischeno 'n cantina finchè nun li risvejia quarchecosa
e allora se ne vengheno a la mente veloci come lampi a ricordà
che gnente torna, e perciò è sacrosanto godecce er mejo d'ogni cosa.
lunedì 11 marzo 2013
Gabbiani e Scarabei
Miseri i miei seri pensieri
si serrano in sere di parole e bere
srotolandosi come giochi di carnevale
meccanica quantistica di logica e bugie.
Ascolto la mia voce che risuona nella sera
seria come se fosse giudice e destino
come se fosse condanna e pentimento
a ricercare il motivo della durezza della vita.
Siamo come insetti stercorari
che nella sabbia dei giorni arrancano
con il loro putrido carico di rifiuti
credendolo un tesoro da conservare.
Non sapendo guardare in alto
oltre l'illusorio argine delle dune
crediamo che tutto il mondo sia
racchiuso nel nostro metroquadrato di sabbia.
Oltre,
in alto,
i gabbiani volano pensando di essere diversi dallo scarabeo.
Ma Jonathan insegna che volare non basta.
La cosa davvero importante è essere veloci e osare.
si serrano in sere di parole e bere
srotolandosi come giochi di carnevale
meccanica quantistica di logica e bugie.
Ascolto la mia voce che risuona nella sera
seria come se fosse giudice e destino
come se fosse condanna e pentimento
a ricercare il motivo della durezza della vita.
Siamo come insetti stercorari
che nella sabbia dei giorni arrancano
con il loro putrido carico di rifiuti
credendolo un tesoro da conservare.
Non sapendo guardare in alto
oltre l'illusorio argine delle dune
crediamo che tutto il mondo sia
racchiuso nel nostro metroquadrato di sabbia.
Oltre,
in alto,
i gabbiani volano pensando di essere diversi dallo scarabeo.
Ma Jonathan insegna che volare non basta.
La cosa davvero importante è essere veloci e osare.
sabato 2 marzo 2013
L'Inizio
L’Inizio è solo un’ipotesi
L’Inizio è solo fantasia
Un gemito dell’anima
Un brillar di pupille.
L’inizio è la speranza
Di una corrente ascendente
Che ci faccia innalzare
Che ci aiuti a volare.
L’Inizio è la preghiera
Per un sole che non sciolga
La cera delle nostre stolte
Posticce ali di uomini.
L’Inizio è una sfera
Senza inizio né fine
Non sappiamo dove nasce
Non ne sappiamo la fine.
L’Inizio è il brivido
Già mille volte provato
E per questo riconoscibile
Ma ogni volta diverso.
(Stavolta sarà diverso).
L’Inizio è un vuoto allo stomaco
Paura di cominciare
Paura di fallire ancora
Voglia di non arrendersi.
L’Inizio è il battito d’ali
Della Crisalide che diventa Farfalla
Ma come la Farfalla l’Inizio vive
Solo un giorno appena.
L’Inizio è solo fantasia
Un gemito dell’anima
Un brillar di pupille.
L’inizio è la speranza
Di una corrente ascendente
Che ci faccia innalzare
Che ci aiuti a volare.
L’Inizio è la preghiera
Per un sole che non sciolga
La cera delle nostre stolte
Posticce ali di uomini.
L’Inizio è una sfera
Senza inizio né fine
Non sappiamo dove nasce
Non ne sappiamo la fine.
L’Inizio è il brivido
Già mille volte provato
E per questo riconoscibile
Ma ogni volta diverso.
(Stavolta sarà diverso).
L’Inizio è un vuoto allo stomaco
Paura di cominciare
Paura di fallire ancora
Voglia di non arrendersi.
L’Inizio è il battito d’ali
Della Crisalide che diventa Farfalla
Ma come la Farfalla l’Inizio vive
Solo un giorno appena.
giovedì 28 febbraio 2013
Mari e Biblioteche
Ho
navigato per mari e biblioteche
(Come
disse il vecchio marinaio stanco)
Nel
chiarore zenitale dei mezzogiorni mediterranei
Dove in
porti antichi e saggi, concave navi
Aspettano
nuove e sempre uguali maree
In
attese odorose di sale e di sole
Di
catrame per calatafare, di mare denso e antico.
Porti
che hanno visto moltitudini di navi
E
numerose vite andare e venire
Con gli
occhi socchiusi a guardare
Oltre
la linea illusoria dell’orizzonte
Come a
frugare nella mia memoria
Alla
ricerca di qualcosa di dimenticato
Un
ricordo, una parola, un’immagine
La
spiegazione di qualcosa che è successo in passato
O che
forse non succederà mai,
E stare
li a spiare come un franco tiratore
L’arrivo
ondeggiante di fianchi di donna
E
cercare in ognuna quella che aspetti
E
sapere che forse in quelle da nascere
O forse
mai nate se ne nasconde il senso,
E
sapere che solo in quella saprai trovare
Il
meccanismo che ti modifica il ritmo del respiro
E del
cuore.
E
inutilmente cercare frasi analgesiche
Al
dolore che ti straccia l’anima
Inutilmente
cercare la giusta rotta
Nelle
strade tracciate dalle stelle
Inutilmente
cercare le strade del mare
Perché
il pianto è sale e il sale non cura le ferite
E la
vita non torna a chiederti scusa.
Mai.
Marco Polo
Anche
stanotte, come sempre, il sonno mi ha portato
Storie
ancora inesplorate e profumi d’oriente
Mercati
e cavalli, onde e vele azzurre e candide
Donne
con occhi di mandorla e capelli di seta blu.
Venezia
dorme o forse si sta svegliando proprio ora
Senza
nessuna tregua il tempo ha cancellato il vento
Che ha
cancellato le mie orme sulla via per Khanbaliq
E
sulle mille strade che ho percorso da Bisanzio al Katai
I
sogni ancora da sognare si raccolgono in nuvole di istanti
Ma
camminano i ricordi ancora da scrivere su sentieri lontani
Ancora
più lontani delle città segrete e muraglie senza fine
Raccolti
intorno al fuoco sono soltanto ombre di ombre grigie
Ho le
mie carte da contare: spade, quadri, fiori e cuori
Ma per
quanto provi ne manca sempre qualcuna alla conta
Non so
capire se persa nel tempo o solo nel ricordo che ho
Di
sicuro so che è sempre una donna che manca all’appello
A
volte è quella di cuori di amori perduti e avventure sfumate
Altre
volte la donna di fiori si sperde nel profumo dei suoi petali
La
signora di quadri si nasconde nell’apparente sua perfezione geometrica
E’ la
morte che falcia altre vite la damigella di picche che a volte non ho
Qui
seduto alla finestra sul canale grigio che sembra marmo
Lo
stesso grigio in cielo diventa giorno e luce d’un nuovo giorno
Mi
assalgono come sempre i miei mille ricordi di genti e voci
Che
nessuno crede veri spacciandole per menzogne di un vecchio
Che
non vecchio non vuol proprio essere, sognandosi lontano
Ma
come potrei inventare senza averle viste le mille meraviglie
Di
mille diverse estati e inverni oltre i confini che ad est il sole scopre
Fiumi
di indescrivibili colori: gialli di girasoli e azzurri di piume di pavone
Sconfinate
piane che dal mare arrivano ai monti che sfondano il cielo
Come
potrei immaginare città proibite e mille concubine
Pelli
di pesca e guance di albicocca occhi di gaietto e mani di farfalla
E neri
laghi che si incendiano da soli e soli che incendiano mari azzurri
Vorrei
che foste li a vedere con i miei occhi e le mie orecchie per sentire.
Ma non
importa più, il passato è come sempre andato via
Khublai
khan è morto da tempo ed il suo impero di draghi e serpenti
Continuerà
e sopravviverà a lui e me nonostante sia incredibile
Che
tutto quello che so e veduto si possa sperdere in un solo istante
Nell’ultimo
istante dei miei occhi e del mio respiro tutto quel che so
Tutto
quello che ho imparato e conosciuto e vissuto e visto
Sfumerà
verso il cielo come il fumo dal foro della yurta
Come
fosse mai esistito e visto e vissuto ed imparato.
Sembra
incredibile a dirsi eppure è cosi che sarà, succederà così
Solo
per questo dettai le mie storie a Rustichello in cella
Non fu
per vanità o in cerca di fama o gloria che già ne avevo avute
Ma
solo perché in quella guerra a Genova pensai di perdere la vita
O di
perdere il senno in prigione che di certo è peggio
E
confondere il vero ed il possibile, il visto ed il desiderato
Cosi
dettai la mia vita come se fosse un’avventura
Così
dettai la mia avventura come se fosse una vita intera
Inseguendo
il tempo che inseguiva me per portarmi via
Cercando
sempre di sfuggire alle ombre che la notte
Rende
reali e solide, alle mani adunche della nera signora
Che mi
insegue da oltre Samarcanda fino a Rialto.
domenica 23 dicembre 2012
Voglio amarti come
Voglio amarti come la riva ama l’onda
In perenne attesa che arrivi
E tutte le inutili orme cancelli.
Voglio amarti come l’ala ama il vento
Che la sostiene e la spinge
In un alternarsi meccanico e preciso.
Voglio amarti come il delfino ama l’aria
Che riempie i suoi polmoni
E gli permette di nuotare nel blu del mare.
Voglio amarti come fuoco ama il legno
Che si lascia bruciare e svanisce
Solo per alimentare la fiamma.
Voglio amarti come il fiume ama la riva
Che sa contenerlo e guidarlo
Pur lasciandolo libero di scorrere.
Voglio amarti come il cielo ama l’aquilone
Che colora il suo azzurro inesistente
Di mille guizzi colorati.
Voglio amarti come t’amo:
Per il solo fatto che tu esisti,
per il semplice tuo respirare,
per il tuo odore di limone e muschio,
per portarti dove nessuno mai,
per donarti quello che nessuno sà,
per averti come nessuno può.
Voglio amarti come so:
Dividendo desiderio e amore,
Separando la voglia dall’emozione,
Rincorrendo solo il tuo sorriso,
Sostituendo il mio volere al tuo,
Raccogliendo il tuo volere nel mio,
Scrutando in ogni ora il tuo sorriso.
Voglio amarti come vuoi.
Lasciando che tutto scorra e ci prenda
E nel vortice del tuo cuore
Faccia di noi due qualcosa
Migliore della somma di due entità
Una cosa nuova e migliore e unica.
Perchè io possa continuare ad amarti come so
e tu continui ad amarmi come sei.
In perenne attesa che arrivi
E tutte le inutili orme cancelli.
Voglio amarti come l’ala ama il vento
Che la sostiene e la spinge
In un alternarsi meccanico e preciso.
Voglio amarti come il delfino ama l’aria
Che riempie i suoi polmoni
E gli permette di nuotare nel blu del mare.
Voglio amarti come fuoco ama il legno
Che si lascia bruciare e svanisce
Solo per alimentare la fiamma.
Voglio amarti come il fiume ama la riva
Che sa contenerlo e guidarlo
Pur lasciandolo libero di scorrere.
Voglio amarti come il cielo ama l’aquilone
Che colora il suo azzurro inesistente
Di mille guizzi colorati.
Voglio amarti come t’amo:
Per il solo fatto che tu esisti,
per il semplice tuo respirare,
per il tuo odore di limone e muschio,
per portarti dove nessuno mai,
per donarti quello che nessuno sà,
per averti come nessuno può.
Voglio amarti come so:
Dividendo desiderio e amore,
Separando la voglia dall’emozione,
Rincorrendo solo il tuo sorriso,
Sostituendo il mio volere al tuo,
Raccogliendo il tuo volere nel mio,
Scrutando in ogni ora il tuo sorriso.
Voglio amarti come vuoi.
Lasciando che tutto scorra e ci prenda
E nel vortice del tuo cuore
Faccia di noi due qualcosa
Migliore della somma di due entità
Una cosa nuova e migliore e unica.
Perchè io possa continuare ad amarti come so
e tu continui ad amarmi come sei.
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